Giovani campionesse crescono

Attualità | 11/11/2021

Due ori mondiali, un oro europeo e tre bronzi, l’ultimo conquistato a settembre a Trento: Elena Pirrone di Laives è una stella del nostro ciclismo. Ci siamo fatti raccontare come è stato tornare in pista dopo il lockdown e dei prossimi obiettivi in programma.


Il suo è uno dei nomi più brillanti del ciclismo giovanile italiano. Elena Pirrone, di Laives, ha solo 22 anni ma può già vantare un palmares di tutto rispetto: due ori mondiali Juniores (entrambi nel 2017 a Bergen), un oro Europeo, sempre Juniores, e tre bronzi, l’ultimo conquistato un paio di mesi fa agli Europei su strada di Trento nella cronometro Under23. Un’altra grande soddisfazione raggiunta con la maglia del Valcar Travel&Service team di Bergamo, per lei che sulla bicicletta sembra esserci nata.
“Il ciclismo è lo sport che più amo e posso dire che con esso ci sono cresciuta. Fin da piccolissima seguivo mio papà, anche lui ciclista, alle sue corse, incoraggiandolo e tifandolo. È stato proprio lui a trasmettermi questa passione”, scrive sul suo blog.

Partiamo dal tuo ultimo bronzo conquistato a Trento. Quali sensazioni ti porti dietro?
Era una manifestazione alla quale tenevo tanto. Ci sono arrivata con una buona forma e sono molto soddisfatta della mia prestazione. Inoltre questo risultato mi ha aperto la strada per la convocazione ai prossimi Mondiali in Belgio, quindi è stato un doppio successo perché parteciparvi con la specialità cronometro è sempre utile per fare esperienza.

Quali sono i tuoi obiettivi per il prossimo futuro?
Ora la stagione è terminata e mi prenderò qualche settimana per riposare e ricaricare le energie. Prossimo anno punto a migliorarmi nella cronometro, curandone ogni dettaglio e partecipando anche ai campionati italiani. Ma voglio cercare di fare buoni risultati anche nelle Classiche delle Ardenne, quindi nella Liegi-Baston-Liegi, Freccia Vallone e Amstel Gold Race.

Facciamo un passo indietro: il Covid e i lockdown hanno influito sui tuoi allenamenti?
Il periodo del primo lockdown tra marzo e maggio 2020 non è stato facile da affrontare perché sono stata male a letto per cinque settimane per una bruttissima influenza, ma non era Covid. Da un lato il fatto che ci fosse la quarantena è stata quasi una fortuna perché io ero comunque costretta a stare a casa e non potevo allenarmi. Una volta ritornata in sella però è stato come ripartire da zero per recuperare tutta la forma. Ho dovuto rivedere la programmazione che è stata tutta in crescendo, ma nonostante questo sono riuscita a portare a casa dei buoni risultati in diverse gare. A fine 2020 ho avuto una nuova ricaduta e mi sono dovuta fermare prima del previsto.

Ad oggi come sta, secondo te, il movimento ciclistico altoatesino?
Vedo tanti ragazzi che fanno mountain-bike e ciclocross, due sport che vanno forte in Alto Adige. Per quanto riguarda il ciclismo su strada non ci sono molti giovani che si dedicano a questa disciplina, ma quelli che lo praticano stanno facendo molto bene, portando a casa riconoscimenti importanti. Mi vengono in mente due talenti come Mattia Bianchi o Alessia Missaggia, ma anche altri atleti della squadra di Laives che potranno ritagliarsi grandi soddisfazioni in futuro facendo un salto di qualità e cominciando a competere anche con corridori più forti. Questo evidenzia anche la voglia dei team di portare avanti un progetto che investe molto su questi ragazzi.

Capitolo strade: quanto sono sicure in Alto Adige?
In generale mi sembra di notare che il livello di attenzione generale in strada delle persone si sia abbassato nel tempo. Credo anche però che la qualità dei nostri tracciati rispetto ad altre zone d’Italia sia di un livello molto superiore. Le nostre ciclabili sono una meraviglia, però è chiaro che non ci puoi portare i bambini piccoli perché i rischi rimangono tanti. Credo che anche questo sia un fattore negativo che spinge molti giovani ad evitare il nostro sport. Ad oggi mancano strutture adeguate dove farli allenare senza timori.

A Laives è in cantiere un ciclodromo nuovo di zecca. Sei favorevole quindi a questa soluzione?
Per far allenare gli atleti più piccolini sicuramente è una buona idea perché garantisce sicurezza, sia a loro ma anche ai genitori che possono stare più tranquilli. Per quanto riguarda la questione dei costi e delle ‘rivalità politiche’ che ci girano intorno preferisco non entrare in merito perché sono discorsi che non mi appartengono…

Quando hai iniziato a pedalare tu era impensabile una struttura del genere…
Tanti anni fa ci allenavamo nella zona industriale di Laives che non era ancora così sviluppata come lo è oggi. C’era una lunga strada chiusa con gli allenatori che ci sorvegliavano ad ogni angolo. Ma se avessi avuto l’opportunità di allenarmi in un ciclodromo senza il pensiero delle auto o dei pedoni l’avrei colta al volo.

Nel ciclismo di oggi c’è una disparità di genere?
Indubbiamente sì, ma si stanno facendo molti sforzi per ridurre il gap tra atleti maschi e femmine. Al momento ci sono le stesse gare nei due calendari, ci sono le dirette tv per noi donne e anche gli organizzatori delle gare stanno cercando di dare più visibilità alle atlete. C’è ancora da lavorare, ma siamo sulla strada giusta per equilibrare il livello di competizione.

Autore: Alexander Ginestous

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